Intervista : Il Prof. Bino Jacopo Gentili.
(Malthus project)
Il Prof. Bino Jacopo Gentili,  scienziato di fama internazionale, nel 1997 è stato insignito dell’Academy Honor, il Premio Nobel per l’Etologia, a motivo delle sue eccezionali scoperte in campo zoo-comportamentale e per essere riuscito a pianificare il rapporto uomo-cavallo. Allievo di Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, ha fondato la equoetologia - etologia applicata al cavallo - che da diversi anni insegna in prestigiose università in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Australia, dove i migliori uomini di cavallo conosciuti ormai anche in Italia hanno studiato. Per anni ha osservato i cavalli selvaggi americani (Mustangs) e australiani (Brumbies) riuscendo ad ottenere risultati impressionanti. Queste innovative ricerche hanno completamente rivoluzionato il modo di comunicare con il  cavallo.

Il Prof. Gentili è il primo scienziato che ha messo in atto i principi dell’etologia per sviluppare un metodo di doma ed addestramento del cavallo adatto alle loro peculiarità comportamentali. 


D: Cos’è esattamente la equoetologia?

BJG: Per rispondere a questa domanda vorrei definire primariamente cosa sia l’etologia. L’etologia  è una disciplina zoo-scientifica di recente acquisizione fondata da Konrad Lorenz; si distingue da tutte le altre che studiano gli animali perché elude a priori le teorie darwiniane e, in senso stretto, gli altri sistemi che li classificano e li selezionano. Ne studia invece gli svariati e affascinanti comportamenti in relazione all’ambiente e all’uomo. Inoltre, negli Stati Uniti, recentemente sono sorte delle cattedre e dei laboratori d’osservazione, ovviamente itineranti, d’etologia applicata, che si sono prefissi di razionalizzare dei metodi per comunicare e interagire al meglio con molte creature che popolano il nostro pianeta, comprese quelle che a livello domestico si danno per scontate, come il cavallo appunto. L’equoetologia applicata che lo studia, è una di queste.

D: In cosa consiste la vera rivoluzione nel rapporto uomo-cavallo?

BJG: L’errore fondamentale, fatto un po’ da tutti, nell’approcciare il cavallo, sta nel veicolare la nostra natura predatoria su di lui, il quale notoriamente, appartiene alla categoria dei predati. Nemmeno ce ne accorgiamo di agire in tal senso! Con il cane ed il gatto tale atteggiamento funziona benissimo! Certo! Ma loro sono predatori come noi, perciò abbiamo tante cose in comune: dalle abitudini di vita, che anticamente erano quasi identiche, all’apparato sensoriale, dal trasmettere induttivamente le nozioni apprese, al senso del futuro che consente la progettazione della caccia; per brucare l’erba non ci vuole una grande capacità di progettazione! Peculiarità che il cavallo e, più o meno in eguale misura, tutti gli erbivori non possiedono; e quelle leggibili come analoghe sono nettamente di tono minore.
Con ciò non voglio affermare che il cavallo è poco intelligente, anzi, tutt’altro, lo è molto. Se usiamo dei parametri di misura diversi dal nostro, la sua intelligenza risulta addirittura sorprendente, ma è di difficile comprensione. Ad esempio il cavallo, più di ogni altro animale da noi frequentato, si rapporta con l’ambiente prima di tutto per mezzo della memoria, che usa come una sorta di cartina tornasole: quanto di nuovo entra nella sua vita lo mette a contatto della "cartina" e ne deduce se le novità sono pericolose oppure no. Insomma, il cavallo vive nel passato che si porta continuamente nel presente. Per questo sovente affermo che il cavallo non conosce nulla, ma riconosce tutto.

D:  Quali sono gli elementi basilari che l’equoetologia applicata adopera per la doma e l’addestramento?

BJG: L’equoetologia applicata ha tenuto in alta considerazione il meccanismo che associa velocità, predazione e fuga, nel programmare le metodologie che riguardano la doma e l’addestramento. Ma se il meccanismo suddetto è di tale importanza da risultare un’equazione da risolvere prioritariamente nell’addomesticamento, non sono, certo, da trascurare gli atteggiamenti collettivo, gerarchico e associativo del cavallo, onde avvalersene per instaurare un buon rapporto duraturo.
L’equoetologia ha scoperto che questi elementi sono riferibili ad un codice di branco, variegato e complesso. Non solo il codice di branco del cavallo è soggetto a evoluzione e a continuo adattamento alle varie situazioni, ma si è giunti, persino, a capovolgere l’Imprinting in esso contenuto e intuito per primo da Konrad Lorenz.

D: Cos’è esattamente l’Imprinting?

BJG: L’imprinting è quello status che normalmente si accende al momento della nascita di qualsiasi creatura in grado di rapportarsi con i genitori e con il branco. Il fenomeno gli consente di sentirsi subito ed automaticamente appartenente a quel preciso contesto. Se affrontiamo il cavallo a nostra volta da cavallo, possiamo instaurare l’imprinting a posteriori: purché, calandoci nella parte, si interpreti convincentemente il doppio ruolo  della madre e dello stallone dominante (detto ALFA), badando a far prevalere quello dello stallone. Ciò è mirato: visto che soltanto il capo branco riesce ad ottenere assoluta obbedienza da tutti i cavalli. Il tocco materno ci aiuta ad addolcirlo e basta.
Imparare ad interpretare il ruolo del cavallo dominante, un po’ di codice di branco e di neurofisiologia equina non è difficile: vale la pena di sicuro, se si pensa che ciò consente di poter domare un cavallo, anche difficile, in poco più di un’ora e di addestrarlo con estrema facilità e serenità.

D: Ma qual’è la chiave per capire il linguaggio del cavallo?

BJG: Di fondamentale importanza per capire il linguaggio del cavallo è il suo occhio. Il cavallo, proprio per la sua appartenenza all’ordine degli erbivori, è un predato e, come tutti i predati, ha la vista monoculare doppia: vede da un occhio per volta. Il cavallo dominante, per comunicare con il resto del branco, fa si che costoro lo guardino con uno degli occhi, e lui vi si pone sempre in linea retta rispetto allo stesso. L’occhio del cavallo ha un angolo di visuale massima di 120°, ma vede chiaramente solo quello che sta dentro i 60°.  Al cavallo, oltre che a consentirgli di vedere a lungo e a largo raggio, l’occhio gli serve per comunicare con i suoi simili: per decodificare i tanti messaggi corporei, i più sottili spostamenti e le svariate collocazioni nello spazio, che nell’insieme, compongono il Codice di Branco degli equidi. Inoltre, il cavallo per sua natura è tanto fuggitivo dal risultare, dal punto di vista umano, quasi paranoico; ma dai nostri recenti studi messi a punto negli ultimi tempi, si è appreso che le aree corticali del suo cervello sono separate, quindi non comunicano tra loro, come del resto in tutti gli erbivori. Se si considera che anche gli occhi, posizionati ai lati della testa, sono direttamente collegati uno ad ogni area corticale, significa che la visione di un’immagine può avvenire alternativamente o dall’occhio destro o dall’occhio sinistro. Da queste considerazioni se ne deduce che è come se esistessero due soggetti in uno: un cavallo destro e uno sinistro.

  I campi visivi dell'occhio del cavallo

D: Quale fine hanno ora i Suoi Imprinting Horse Center dislocati in tutto il mondo?

BJG: Gli Imprinting Horse Center sono divenuti una realtà conseguente agli studi scientifici fin qui sviluppatesi;  una realtà preposta a mediarne i risultati ottenuti per edurne in merito i vari enti che tutelano il cavallo, gli ambienti equestri e quanti ne fanno richiesta, compresi i semplici appassionati.Primariamente hanno il compito di divulgare una corretta informazione su chi sia veramente il cavallo, poiché fondamentalmente dai nostri studi è emerso chiaramente che il cavallo è paradossalmente un animale sconosciuto che necessita di essere compreso per evitargli così delle inutili sofferenze.

 
Malthus Project - Per informazioni vi preghiamo di consultare:
www.imprintinghorse.com